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Cagliari e il mare

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di: Pieru
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I casotti

Davano al paesaggio un tocco di realtà metafisica, quasi fossero una riedizione dei 'Bagni' misteriosi di De Chirico', scrive Gillo Dorfles nella prefazione del libro 'la città estiva' di Giancarlo Cao che ripercorre la storia dei casotti. Era la residenza estiva della borghesia cagliaritana. Attorno ai casotti della spiaggia del Poetto, pullulava la vita di un vero quartiere. Le forme e i colori erano il prodotto della fantasia dei loro costruttori, semplici, spartani, o a seconda della disponibilità del portafoglio frutto di bizzarrie architettoniche. I più facoltosi sfoggiavano mini-loggiati o 'villini' a due piani, attrezzati di tutto. Disposti su più file si intonavano bene con la spiaggia e i colori del mare. L'abitudine di trasferire tutta la famiglia ai casotti, con tanto di bagagli, pentolini, scolapasta e vettovaglie prende piede nel 1916 e, coincide con l'esodo da Giorgino, sul litorale opposto, il vecchio luogo di ritrovo della vita balneare cagliaritana. Attorno agli anni dieci al Poetto sorgono i primi impianti, frequentati da persone facoltose ma non attrezzati per ospitare la migrazione estiva della cittadinanza. Così alcuni ingegnosi artigiani copiano l'idea delle cabine degli stabilimenti ed iniziano a costruire quelle 'mini-casette' in legno che offrono più spazio e comodità. Con tutte quelle strisce verticali, orizzontali di colori diversi, in tinta unita, verde, azzurro, rosa, giallo e colori pastello tracciano una linea di separazione tra il bianco dell'arenile e l'azzurro del cielo. Ma se d'inverno il loro aspetto era triste e solitario, si ergevano come guardiani della spiaggia trattenendo la sabbia e formando candide dune. Oggi non rimane che un ricordo. Negli anni 80 il comune ha dato via libera alle ruspe sradicando quel pittoresco pezzo di Cagliari.

I bagni dei cagliaritani un secolo fa

I cagliaritani di un secolo fa facevano i bagni alla spiaggia de La Plaia. C'era una netta divisione per censo. Nei pressi del ponte della Scaffa c'erano i bagni Devoto, ovvero la spiaggia dei signori, una struttura balneare creata da Gerolamo e Giuseppe Devoto. La classe media si dava appuntamento in spiaggia a Giorgino, con gli impianti messi su da Vincenzo Soro e i poveri si accontentavano di Sa Perdixedda , ribattezzata "is bagnus de soddu". Per fare un tuffo bisognava attraversare a piedi nudi un acciottolato. Nel 1908 cessarono i bagni Devoto, pochi anni dopo Sa Perdixedda, mentre Giorgino continuava a essere meta dei bagnanti fino agli anni '20, quando la spiaggia del Poetto era già meta di bagnanti.

I tesori dei fondali sardi

"Loredan", "Entella", "Isonzo", "Romagna". Alla stragrande maggioranza questi nomi non dicono nulla, solo per i fortunati sopravvissuti e i testimoni oculari hanno un significato che vale il ricordo di momenti drammatici. Hanno quasi l'aspetto di imponenti sculture quelle navi che da anni giacciono silenziose in fondo al mare del golfo di Cagliari. I fondali trasparenti e cristallini che circondano la Sardegna sembrano un gigantesco "museo a mare aperto" dove si può rivisitare, in un certo senso, la storia della marina. Per lo più si tratta di relitti moderni affondati durante la seconda guerra mondiale, dal sottomarino inglese "Safari" che, tra aprile e luglio del 1943, operò come un corsaro, infliggendo gravi perdite alla Marina Militare Italiana e alle navi dell'Asse. Così, nel diario di bordo redatto dal comandante del sommergibile, il Tenente Lakin descrive il drammatico affondamento delle navi italiane. "10 aprile 1943, il convoglio procede ad un'andatura di 7 nodi. Ore 17,19 lanciato il primo siluro sulla prua della nave cisterna. Ore 17,19 e 43 secondi secondo siluro. Ore 17,19 e 55 secondi terzo siluro all'altezza della pancia della nave." All'altezza di Torre delle Stelle tutte e tre le navi, l'Isonzo, il Loredan e l'Entella, furono affondate. Il relitto di quest'ultima può essere visitato anche perché adagiato a non più di dieci metri di profondità. Gli altri invece sono meta di impegnative e affascinanti immersioni subacquee perché poggiate su un fondale compreso tra i cinquanta e i settanta metri. Oggi, quelle lamiere contorte e arrugginite, sono popolate da alghe, organismi marini e miriadi di pesci che sembra abbiano ritrovato col tempo un loro nuovo habitat e cancellato quella traccia carica di dolore.

Il parco geo-marino

Cento chilometri quadrati di mare, trentacinque di coste, dal promontorio di Capo Boi all'insenatura di Cala Pira. In poche parole è il parco geo-marino di Villasimius, distante poco più di quaranta chilometri da Cagliari. Nato per preservare gli splendidi fondali che da Capo Carbonara si estendono fino all'Isola dei Cavoli e di Serpentara, per gli amanti delle immersioni subacquee è un vero paradiso tutto da esplorare da sempre. Ogni tuffo nelle sue acque cristalline, riserva nuove sorprese e sono sufficienti maschera, pinne e boccaglio per sentirsi avvolti da un variopinto mondo sommerso. Già negli anni Cinquanta dal continente giungevano gli appassionati del diving. Una delle immersioni più suggestive si può fare all'Isola dei Cavoli, presso i Variglioni, un gigantesco monolite granitico sommerso che per la sua particolare forma viene chiamato "La Nave Romana". Tra i numerosi anfratti e una sconfinata distesa verde di poseidonie, è possibile imbattersi in un'infinità di organismi grandi e piccoli, dalle forme e colori affascinanti. Ma non c'è solo il verde delle numerose alghe, ci si può imbattere nelle vistose gorgonie rosse e gialle, spugne tubulari viola, eunicelle, tra solitarie cernie brune, sempre più numerose nella riserva e ancora astici, aragoste, saraghi, tanute e le diffidenti orate sempre difficili da osservare. Le rocce fin dai primi metri di profondità sono popolate da nuvole di coloratissime donzelle, castagnole, piccoli saraghi fasciati, indolenti tordi e non si rado capita di trovarsi all'improvviso di fronte alla più temibile e combattiva murena che tra le cavità degli scogli difende la sua tana. Al largo, a profondità maggiori nuotano grandi dentici, e fanno le loro incursioni di caccia branchi di ricciole. Anche le nude distese di sabbia sono tutt'altro che deserte, ci sono i virtuosi del mimetismo come sogliole, rombi e razze che adeguano il loro colore a quello del fondale.

Il primo cantiere navale

Sembra curioso. Cagliari, città bagnata dal mare non ha mai avuto una vocazione marinara. Nei cromosomi dei cagliaritani non ci sono quei caratteri che ne avrebbero potuto fare un popolo di navigatori. Quando però Luigi Falqui Massidda, nel 1872 aprì a Cagliari il primo cantiere navale, tutta la città salutò con entusiasmo l'iniziativa. Era lungimirante quel giovane imprenditore, credeva che dal mare sarebbe potuto arrivare il grande sviluppo per la Sardegna. Cagliari era al centro del Mediterraneo e inoltre si andavano intensificando i traffici marittimi sulla rotta che collegava Gibilterra col canale di Suez inaugurato di recente. Era più che geniale l'idea di dare vita ad una linea di navigazione tutta sarda. Per far questo pensò di costruire due brigantini, ciascuno di mille tonnellate di stazza, ed uno scalo di alaggio del quale avrebbero potuto usufruire le navi che passavano vicino alla costa meridionale sarda. La costruzione dei brigantini e del cantiere navale sarebbe stata finanziata da una 'Associazione in Partecipazione' con un patrimonio di 369.000 lire. Alla sottoscrizione del capitale presero parte le più eminenti personalità cittadine, dalla duchessa di Genova al sindaco marchese Edmondo Roberti e ancora consiglieri comunali, professionisti, commercianti, aristocratici ed ecclesiastici tra i quali il Cardinale Luigi Amat. Il Cantiere Navale L. Falqui Massidda venne aperto nel 1872 a Sa Perdixedda, l'attuale molo Sabaudo, e il 27 luglio dell'anno successivo con una cerimonia solenne, iniziarono i lavori per la costruzione del primo brigantino. Ma se all'apparenza la situazione sembrava delle più rosee, in realtà l'impresa ben presto iniziò a scricchiolare. Prima l'impossibilità di assicurarsi tutto il legname necessario alla costruzione dei velieri, poi i forti debiti con le banche e alcune cambiali protestate, furono la classica buccia di banana che il 5 febbraio 1874 fecero dichiarare il fallimento dell'impresa.

Informazioni sull'Autore

Pierluigi Ferrara lavora come project manager per ZeroDelta, società specializzata nella creazione di siti e di contenuti per il web. Si occupa principalmente di contenuti collegati al turismo; dato il suo amore per la montagna recentemente ha collaborato alla creazione di un sito dedicato ai rifugi alpini.

Fonte: Article-Marketing.it

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